
In questo articolo
- Le otto generazioni di oggi
- Come si forma una generazione
- Competenza, conflitti e accesso alla conoscenza
- Strumenti per allenare l’intelligenza generazionale
- Essere buoni antenati
Il XXI secolo è il più affollato di sempre. Complice il progresso della scienza e della medicina e l’aumento dell’aspettativa di vita, in Italia, come in altri paesi tra i più longevi al mondo, dal Giappone alla Svizzera, dalla Corea del Sud a Singapore, fino a Islanda e Spagna, per la prima volta nella storia otto generazioni convivono nella stessa famiglia. Fino a cinque, invece, nei luoghi di lavoro. Ognuna di queste generazioni nasce e cresce in circostanze storiche diverse, portando con sé esperienze, valori, competenze e visioni del mondo differenti, inclusa un’idea propria del lavoro, del tempo e della relazione. Come farle dialogare grazie all’intelligenza generazionale?
In un’epoca in cui si parla di intelligenza emotiva per capire le persone, di intelligenza sociale per collaborare meglio e di intelligenza artificiale per lavorare in modo più efficiente, ce n’è un’altra che sta diventando indispensabile: l’intelligenza generazionale. Ne parla Isabella Pierantoni, sociologa, fondatrice di Generation Mover, futurista, tra le maggiori esperte italiane ed europee di analisi generazionale, nel suo saggio, che vi proponiamo in anteprima, Il secolo delle generazioni (Il Mulino), in cui propone una lettura inedita e operativa della convivenza tra generazioni, dentro e fuori il lavoro: “L’intelligenza generazionale consiste nel saper riconoscere e interpretare le differenze generazionali senza cadere in giudizi o stereotipi. Consente di imparare a tenere conto dell’età nelle relazioni, di chiedere e non di presumere, di offrire alternative e non risposte standard, di valorizzare i punti di forza e di cercare attivamente prospettive diverse”.
È una forma di intelligenza relazionale e culturale che si può allenare. Implica, però, la volontà di costruire spazi di confronto reale tra le generazioni perché richiede ascolto, flessibilità, capacità di osservazione, consapevolezza dei propri automatismi comunicativi appresi negli anni formativi e disponibilità a mettersi in discussione. “Non a caso, le aziende che la adottano riescono a innovare più rapidamente e a trattenere le persone. Questa intelligenza serve ai manager, agli educatori, a chiunque voglia migliorare la qualità delle relazioni quotidiane”, chiarisce la sociologa.
Le otto generazioni di oggi
La prima di queste otto generazioni è la Founder Generation, i nati fino al 1924. È cresciuta in un’Italia rurale e povera, segnata dall’emigrazione e dalle due guerre. La sopravvivenza era l’unica priorità. Oggi ne restano poco più di 21.000, in maggioranza donne.
Segue la Silent Generation (1925-1945) che ha vissuto l’infanzia sotto il Fascismo e la guerra. Cresciuta nell’obbedienza e nella parsimonia, ha fatto del lavoro un valore centrale. In Italia conta oltre 4 milioni di persone.
Poi arrivano i Baby Boomer (1946-1964), circa 13 milioni, sono nati durante il boom economico. Hanno avuto accesso all’istruzione di massa, vissuto l’espansione dei consumi e conquistato un solido benessere materiale. Oggi detengono la maggior parte della ricchezza privata del paese.
Ma il futuro promesso ai Boomer inizia a vacillare con la Generazione X (1965-1979) segnata dall’incertezza. Ha conosciuto la crisi energetica, l’AIDS, l’austerity e l’instabilità lavorativa. È autonoma, pragmatica, abituata a cavarsela da sola, oggi ha tra i 45 e i 60 anni ed è nel pieno della vita attiva.
I Millennial (1980-1994) crescono tra analogico e digitale. Più istruiti, ma con meno certezze economiche dei genitori, mettono in discussione il modello tradizionale di carriera. Cercano senso nel lavoro e coerenza nei valori.
La Generazione Z (1995-2009) è cresciuta in un mondo segnato da crisi globali, pandemia e instabilità. Usa un linguaggio diretto, vive nel presente, ha un rapporto selettivo con il lavoro e diverso interesse per la politica tradizionale.
Chi nasce tra 2010-2024 appartiene alla Alpha Generation: parla con assistenti vocali, impara su YouTube, cresce tra algoritmi e realtà aumentata. In Italia sono 7,8 milioni, di cui quasi un milione figli di immigrati.
A loro seguirà la Beta Generation (2025-2039), appena nata, che eredita un mondo segnato da disuguaglianze, crisi ambientali e squilibri demografici: in Italia, già oggi, l’11% dei bambini ha almeno un genitore straniero. Le previsioni indicano che i Beta Gen raggiungeranno livelli di istruzione più alti degli Alpha.
Come si forma una generazione
“Ciò che definisce le generazioni non è soltanto l’evento storico in sé che caratterizza una certa epoca – l’uomo sulla Luna, una crisi economica, l’arrivo di Internet –, quanto il momento della vita in cui lo si attraversa”, precisa Pierantoni. “È, infatti, l’età preadolescenziale e adolescenziale (circa 8-15 anni) quella che lascia il segno più profondo, quella in cui si forma la propria “filosofia di vita” perché si cominciano a cogliere le emozioni, le paure, le aspettative degli adulti e a costruire un primo sguardo sul tempo che verrà.
Accade così che un ragazzo cresciuto negli anni ’70 o ’80, mentre entra nella preadolescenza, senta ogni sera i genitori parlare di disoccupazione, crisi, sacrifici e assorba, prima ancora di capirli razionalmente, messaggi che influenzeranno la sua vita adulta: lavorare tutta la vita, fare fatica e non sprecare. Oppure, che una bambina senta ripetere in casa che le donne fanno certe cose, gli uomini altre. Tutti questi frammenti quotidiani, ripetuti nei gesti e nelle parole, contribuiscono a formare, senza che ce ne accorgiamo, la visione condivisa di una generazione.
Competenza, conflitti e accesso alla conoscenza
Uno dei conflitti più ricorrenti nei luoghi di lavoro è il mancato riconoscimento della competenza tra generazioni. In particolare, da parte dei più giovani verso i più grandi. Non è solo una questione di atteggiamento, ma di un cambiamento profondo legato all’accesso alla conoscenza.
I Millennial prima e la Generazione Z poi sono stati i primi ad avere a disposizione strumenti digitali, corsi gratuiti online, contenuti formativi delle università più prestigiose. Hanno potuto acquisire competenze in molti casi più velocemente di chi, in passato, ha impiegato anni per formarsi tra biblioteche, lezioni frontali e pratiche professionali.
Questo ha generato un cortocircuito nei contesti in cui la competenza è uno dei criteri principali per esercitare leadership, una frattura che, se non interpretata, può diventare scontro. Comprendere la prospettiva generazionale consente di leggere il presente andando oltre i singoli dati demografici, perché mette in relazione età, potere, opportunità e scelte collettive. È una chiave essenziale per interpretare decisioni politiche ed economiche e i cambiamenti nei modelli sociali e culturali”.
Strumenti per allenare l’intelligenza generazionale
Ci sono diversi strumenti da cui partire per dialogare, come la mappa generazionale, una rappresentazione visiva della composizione per età di un gruppo e delle sue dinamiche: chi prende la parola, chi decide, chi ascolta, chi si autoesclude.
Un altro strumento è il cerchio delle percezioni. Ci si chiede: qual è la frase che si usa più spesso? Una stessa espressione, come “risolviamo il problema e passiamo ad altro”, può suonare efficace per un Gen X, ma brusca per un Millennial o riduttiva per un Boomer.
“Lo strumento più trasformativo è la Generational Futures Wave, la mappa della propria onda generazionale e del proprio futuro. È una rivisitazione di un modello sviluppato alla Stanford University alla fine degli anni ’90, pensato per orientare l’innovazione”, conclude la scrittrice. “Si parte con una semplice domanda: quanti anni ho oggi e quanti ne avrò tra cinque, dieci, quindici anni? Su quella linea temporale si inseriscono riflessioni pratiche: che tipo di vita voglio avere nel 2040? Quali saranno i miei bisogni? Di quali risorse avrò bisogno? Di chi mi prenderò cura? È un esercizio utile a tutte le età perché aiuta a collegare le scelte di oggi alle traiettorie personali di domani, ricordando che, per realizzarle nel modo migliore, è necessaria una collaborazione tra generazioni“.
Essere buoni antenati
Come disse Jonas Salk, il medico che sviluppò il primo vaccino contro la poliomielite, “la nostra più grande responsabilità è essere buoni antenati”. Una frase che richiama la responsabilità del presente e una visione del futuro costruita, giorno dopo giorno, da tutti gli attori della società.
Sette – Corriere della Sera
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