In questo articolo:
- Il paradosso della longevità
- Le crisi sanitarie e l’aspettativa di vita
- Il contesto sociale
- Le disuguaglianze in Italia
- Gli 8 principi di Michael Marmot
- Box: La regola dell’80%
Il paradosso della longevità: quantità o qualità di vita?
Alla domanda: «Quanto vorresti vivere se potessi scegliere tra 85, 120, 150 anni o per sempre?», due terzi delle persone hanno risposto 85 anni. Quando, però, la stessa domanda è stata riformulata in: «Quanto vorresti vivere se ti garantissimo una salute fisica e mentale per tutta la vita?», quasi tutti hanno scelto per sempre. Lo racconta Michael Greger nel suo libro Come non invecchiare. La scienza che ci aiuta a diventare più sani via via che si invecchia (Baldini+Castoldi).
Questo semplice sondaggio rivela una verità profonda: quando si parla di longevità non è solo una questione di quantità di vita, ma di qualità. Un concetto già presente nel mito greco di Titone. Emblema perfetto di questo paradosso, riceve l’immortalità da Zeus per intercessione di Aurora, sua amata, non però l’eterna giovinezza. Il suo corpo invecchia per sempre, fino a ridursi a una voce stridula. Titone mormora per l’eternità, ma non vive più. Un’anticipazione letteraria di quello che la scienza moderna individua come distinzione tra lifespan (durata della vita) e healthspan (durata della salute): se la seconda non accompagna la prima, la longevità rischia di diventare una vittoria di Pirro.
Le crisi sanitarie e l’aspettativa di vita
Tra chi si è posto l’obiettivo di vivere a lungo e in salute c’è la professoressa Devi Sridhar, docente di Salute pubblica globale all’Università di Edimburgo e autrice del nuovo libro How Not to Die (Too Soon). Sridhar ha, infatti, rivelato di puntare a vivere bene fino a 100 anni e, soprattutto, di voler capire come permettere anche agli altri di farlo. Per curiosità, e forse anche per pragmatismo, ha consultato il calcolatore dell’aspettativa di vita dell’Office for National Statistics britannico: le sue probabilità di arrivarci sono del 9,3%. Tuttavia, al di là della stima individuale, Sridhar mette in luce uno scarto tra ciò che la scienza ha scoperto su come vivere più a lungo e ciò che accade nella realtà.
«Per buona parte del secolo scorso, l’aspettativa di vita è cresciuta in modo costante», ha scritto Sridhar su The Guardian. «Questa aspettativa oggi resiste, ma soltanto per i super ricchi, convinti che bastino denaro, tecnologia e biotecnologie per rimandare l’inevitabile di qualche altro decennio e raggiungere i 120-150 anni di età. Tuttavia, i loro sforzi non stanno avendo ricadute positive sul resto di noi. Le crisi sanitarie mondiali stanno peggiorando, l’aspettativa di vita in alcuni Paesi ad alto reddito sta diminuendo: sei mesi in meno nel Regno Unito, oltre due anni negli Stati Uniti».
Il contesto sociale
Le evidenze epidemiologiche mostrano, inoltre, un incremento di malattie croniche, tra cui diabete, obesità e diverse forme tumorali anche nei giovani. «I tassi di obesità», ha scritto ancora Sridhar sul quotidiano inglese, «salgono anche in realtà emergenti come il Ghana che ha registrato un aumento del 650% rispetto al 1980. L’aria pulita è ormai un’eccezione nella maggior parte delle aree urbane del pianeta. I disturbi mentali, come la depressione, sono più diffusi. Da decenni ci viene ripetuto che, se facciamo tutto alla perfezione, quindi mangiamo in modo vario ed equilibrato e soprattutto vegetale, ci muoviamo con regolarità, limitiamo fumo e alcol, dormiamo a sufficienza, ci esponiamo in sicurezza alla luce naturale e facciamo prevenzione, potremo vivere meglio e più a lungo».
La stessa Sridhar ha confessato di aver provato diete senza zucchero, il veganesimo, ogni tipo di allenamento, dalla corsa sulle lunghe distanze ai circuiti di interval training, dall’hot pilates al paddleboard yoga. Tanto che a metà dei suoi trent’anni ha preso il diploma da personal trainer. Ma ogni volta che cerca di “ottimizzare” la propria salute, le torna in mente la sua professione: scienziata della salute pubblica che studia i fattori che determinano quanto viviamo. E così giunge a una visione più globale: «L’enfasi sulla responsabilità individuale ci ha distratto dal punto centrale: quanto le politiche pubbliche, le infrastrutture e il contesto sociale condizionano le nostre possibilità di salute e longevità».
Non nega l’importanza dell’impegno personale, tuttavia lo colloca dentro un quadro più grande: «Anche se facciamo tutto nel modo giusto, dove vivi e chi e cosa ci circonda ha a che fare con l’aspettativa di vita ben più di quanto ci piaccia credere».
È una consapevolezza che ha vissuto in prima persona. Mentre stava scrivendo il suo libro, ha ricevuto, dopo un controllo ginecologico di routine nel Regno Unito, un riscontro inatteso: HPV (papilloma virus) ad alto rischio e cellule anomale. Un potenziale tumore cervicale in fase iniziale. «Ho pensato di cambiare il titolo del libro in How to Die Too Soon (Come morire troppo presto) e di trasformarlo in una riflessione sull’accettazione di una diagnosi di cancro precoce», ha raccontato Sridhar a Eric Topol, medico e cardiologo tra i più rinomati ricercatori al mondo, in un dialogo in cui, pur partendo da prospettive diverse – Topol è più focalizzato sull’individuo, Sridhar sul contesto globale –, condividono la necessità di ripensare il modo in cui viviamo, invecchiamo e ci prendiamo cura della nostra salute.
«Avevo 38 anni, uno stile di vita attento. Eppure, per quanto potessi “ottimizzare” la mia salute, in quel momento ciò che faceva la differenza era l’accesso tempestivo alle terapie mediche. Se fossi stata in India o in Malawi non avrei avuto un programma di screening. Negli Stati Uniti sarebbe probabilmente dipeso dall’assicurazione. Nel Regno Unito il problema era la lista d’attesa. Sono stata fortunata a ricevere il trattamento in tempo».
Questa vicenda è uno dei tanti esempi concreti di che cosa significhi costruire le condizioni per una longevità in salute: la prevenzione individuale è importante che si integri in un sistema che funzioni quando davvero ce n’è bisogno. L’ambiente, senza che ce ne accorgiamo, ci condiziona. Quando Sridhar parla di ambiente, non si riferisce solo all’aria o ai parchi, ma a tutto ciò che ci circonda e che plasma le nostre abitudini. La progettazione delle città, i trasporti pubblici, la disponibilità di cibo sano a prezzi accessibili, le norme sociali: tutto contribuisce alla nostra salute. Ad Amsterdam, per esempio, nessuno si preoccupa di dover «praticare attività fisica», perché lo si fa senza pensarci, camminando o pedalando come parte della routine quotidiana. Anche chi non ama lo sport si muove, perché tutti attorno lo fanno. È più efficace questo tipo di contesto rispetto a qualunque campagna pubblicitaria, che spesso raggiunge solo chi è già in forma.
O rispetto a business individuali come quello dell’aria di montagna “in bottiglia”, venduta in aree ad alta concentrazione di smog per respirare aria buona. Esempi positivi sono Zurigo, con trasporti pubblici efficienti e aria pulita (non in bottiglia), o Londra, con le sue zone a basse emissioni. Anche l’alimentazione è parte dell’ambiente: Sridhar sottolinea l’eccesso di alimenti ultra-processati nei pasti scolastici pubblici, anche in Paesi dove dovrebbero essere un’opportunità educativa e nutrizionale. Sono cibi comodi ed economici che sembrano però favorire obesità precoce e infiammazione, un fattore comune a tutte le malattie degenerative di oggi. Se un bambino diventa obeso tra i 5 e i 10 anni, è difficile invertire la rotta. Ecco perché paesi come Danimarca, Giappone e Corea del Sud investono in programmi alimentari scolastici per prevenire le malattie croniche fin dall’infanzia.
Le disuguaglianze in Italia
Tra i pilastri che Sridhar individua c’è anche l’accesso all’acqua potabile, garantito da un sistema pubblico efficiente, e la riduzione delle disuguaglianze. La salute ha bisogno di essere sostenuta da ambienti che rendano le scelte sane quotidiane più facili, economiche e naturali. In alcune città si può prevedere il tasso di obesità infantile osservando il prezzo medio delle case. Dove le abitazioni costano di più, ci sono scuole migliori, parchi più sicuri, cibo sano, meno stress. Dove costano meno, ci sono junk food, spazi degradati, meno ore di sonno, più tempo davanti a uno schermo. In questi contesti, non si tratta di scelte sbagliate, ma di mancanza di alternative reali.
Ecco perché secondo Sridhar non possiamo più parlare di responsabilità individuale se ignoriamo i determinanti sociali della salute. Bisogna cambiare l’ecosistema in cui si nasce e si invecchia. E farlo è una responsabilità collettiva. «Per tale motivo, quest’anno abbiamo voluto assegnare l’International Award della Società Italiana di Medicina Interna a Sir Michael Marmot», dice Nicola Montano, professore ordinario di Medicina interna all’Università Statale di Milano. «Gli effetti delle disuguaglianze li vediamo ogni giorno. Il Rapporto Meridiano Sanità documenta una differenza di 3 anni di aspettativa di vita media tra Nord e Sud. Un divario che non dipende solo dalle strutture, ma dall’efficacia delle politiche sanitarie regionali, la gestione dei fondi, la presenza di personale medico, la facilità di accesso ai servizi e la capacità di fare prevenzione».
Gli 8 principi di Marmot
Marmot ha individuato otto principi guida per costruire una società in cui la salute non sia determinata dal reddito, dal codice postale o dal livello d’istruzione.
1. Dare il meglio nella prima infanzia | Investire nella salute fisica, mentale ed emotiva dei bambini, fin dalla nascita
2. Garantire istruzione e alfabetizzazione per tutta la vita | L’istruzione ha un impatto sulla longevità
3. Creare lavoro equo e sicuro per tutti | Il lavoro dignitoso migliora salute e benessere; la precarietà li danneggia
4. Garantire un reddito minimo adeguato | Nessuno dovrebbe vivere sotto la soglia di povertà
5. Creare ambienti salutari, sicuri e sostenibili | Quartieri con servizi, trasporti, spazi verdi e aria pulita favoriscono la salute pubblica
6. Rendere l’alimentazione sana la scelta più facile e accessibile | Contrastare la diffusione di cibo ultra-processato e migliorare l’educazione alimentare
7. Rafforzare le comunità e i legami sociali | La coesione sociale è un fattore protettivo contro malattie e isolamento
8. Misurare e monitorare le disuguaglianze | Nessun progresso è possibile senza dati: servono indicatori chiari per orientare le politiche
Con queste otto idee delinea un modello “a ciclo continuo”, in cui ogni leva pubblica, dall’asilo al salario minimo, dalla piantumazione degli alberi al monitoraggio dei dati, è interconnessa con le altre e orientata a un obiettivo comune: migliorare l’aspettativa di vita in salute.
«Nel Regno Unito stanno nascendo molte Marmot Cities, città che dichiarano di aderire a questi principi per ridurre le disuguaglianze sociali e promuovere una sanità più equa. Anche molte città europee e italiane hanno manifestato interesse per questa iniziativa», conclude Montano.
Sazietà e salute: la regola dell’80%
Nelle zone del Giappone con la più alta concentrazione di centenari, come Okinawa, esiste una pratica alimentare tradizionale tramandata da generazioni: hara hachi bu, che significa mangia fino all’80% della sazietà. Secondo Devi Sridhar, che ha provato ad applicarla nella propria vita quotidiana, «non è facile, perché siamo abituati a mangiare fino a non poterne più. Ma una volta che ci si abitua, si impara a distinguere il momento in cui si ha davvero bisogno di altro dal momento in cui si può semplicemente smettere riconoscendo i segnali del nostro corpo».
Articolo pubblicato su SETTE del Corriere della Sera il 12 dicembre 2025
