
La neurourbanistica è una disciplina emergente che studia come il design degli spazi urbani influisce sul cervello e sul benessere mentale. Dall’urbanizzazione alla progettazione di giardini terapeutici, ecco cosa dicono le ricerche più recenti.
In questo articolo
- Urbanizzazione e salute mentale
- Che cos’è la neurourbanistica
- Il Contemplative Landscape Model
- Geometrie urbane e percezione cerebrale
- Come si misurano gli effetti degli spazi urbani
- Giardini terapeutici e studi clinici
- Limiti e prospettive future
Urbanizzazione e salute mentale
Nel 1950 meno di un terzo della popolazione mondiale viveva in città; oggi la quota supera la metà e le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che entro il 2050 circa due terzi degli esseri umani abiteranno in contesti urbani. In questo scenario, la salute e il benessere psicologico dei cittadini non sono più soltanto una questione individuale. Diversi studi epidemiologici, infatti, hanno osservato una relazione tra urbanizzazione e salute mentale: una meta-analisi pubblicata su Acta Psychiatrica Scandinavica nel 2010 ha stimato che vivere in città è associato a un rischio di disturbi mentali circa del 40% più alto rispetto alle aree non urbane.
Che cos’è la neurourbanistica
Da questa consapevolezza è nato negli ultimi anni un campo di ricerca emergente, la neurourbanistica che si colloca all’incrocio tra architettura del paesaggio, neuroscienze, psicologia ambientale e pianificazione urbana. Ne parla in una intervista su Nature Agnieszka Olszewska-Guizzo, architetta del paesaggio e neuroscienziata presso NeuroLandscape, un gruppo di ricerca senza scopo di lucro con sede a Varsavia. L’obiettivo della neurourbanistica è comprendere in modo più sistematico come gli spazi costruiti influenzino il cervello umano, superando i limiti delle sole indagini soggettive basate su questionari e sondaggi e introducendo misurazioni fisiologiche e neuroscientifiche.
Il Contemplative Landscape Model
Uno dei risultati più interessanti di questa linea di ricerca è che non basta aumentare il numero di spazi verdi nelle città. Non tutte le forme di “natura urbana” producono gli stessi effetti sul benessere psicologico. Per analizzare in modo più preciso le caratteristiche dei paesaggi urbani è stato sviluppato il Contemplative Landscape Model (CLM), un modello che scompone la percezione di un paesaggio in diverse componenti visive a cui il cervello umano reagisce. Tra queste figurano:
- la profondità della vista, spesso limitata negli ambienti urbani
- la varietà della linea dell’orizzonte tra terra e cielo
- la presenza di acqua in movimento come ruscelli o cascate
- la stagionalità della vegetazione
- una palette cromatica calda
- il movimento delle ombre.
L’impatto complessivo di questi elementi può essere sintetizzato in un punteggio, il CLM score, che tenta di quantificare quanto un ambiente favorisca stati mentali positivi.
Geometrie urbane e percezione cerebrale
Un aspetto controintuitivo riguarda la forma stessa degli spazi costruiti. Gran parte dell’architettura moderna è basata su geometrie euclidee, linee rette, angoli e superfici regolari, mentre molti ambienti naturali presentano strutture più irregolari e spesso frattali. Alcune ricerche suggeriscono che queste geometrie naturali possano risultare più facili da elaborare per il cervello, mentre configurazioni troppo rigide o uniformi possono richiedere un maggiore sforzo cognitivo. Tuttavia si tratta ancora di osservazioni preliminari, che richiedono ulteriori conferme sperimentali.
Come si misurano gli effetti degli spazi urbani
Per studiare queste reazioni al di fuori del laboratorio, i ricercatori utilizzano strumenti portatili. Sensori indossabili permettono di registrare parametri fisiologici come la frequenza cardiaca e indicatori di stress, mentre elettroencefalografi portatili consentono di monitorare l’attività cerebrale direttamente negli spazi urbani. Le analisi si concentrano su pattern neurali associati a stati emotivi positivi o rilassamento, come la cosiddetta frontal alpha asymmetry, cioè la differenza di attività delle onde alfa tra i lobi frontali del cervello. Alcuni studi analizzano anche la sincronizzazione dell’attività cerebrale tra persone che condividono lo stesso ambiente, come possibile indicatore di coesione sociale.
Giardini terapeutici e studi clinici
I risultati ottenuti finora suggeriscono che non tutti gli spazi verdi urbani producono benefici misurabili. Un tipico parco di quartiere circondato da edifici residenziali, con vegetazione ordinata, giochi per bambini e spazi molto organizzati può ottenere un punteggio CLM relativamente basso e non determinare miglioramenti significativi dell’umore. Al contrario, progetti creati intenzionalmente per favorire esperienze contemplative sembrano produrre effetti più evidenti.
A Singapore, per esempio, una rete di giardini terapeutici sviluppata in collaborazione con il National Parks Board è stata utilizzata anche per studi clinici: in uno di questi, persone con depressione hanno mostrato pattern cerebrali compatibili con stati emotivi più positivi e segnali fisiologici associati a maggiore rilassamento quando si trovavano in questi spazi rispetto ad altri ambienti urbani o verdi.
Limiti e prospettive future
La disciplina è però ancora in una fase relativamente iniziale. Molti studi coinvolgono campioni limitati e contesti urbani specifici, il che rende difficile generalizzare i risultati. Inoltre il benessere mentale dipende da molte variabili, sociali, economiche e culturali, che vanno ben oltre il design degli spazi pubblici.
Le prospettive future della neurourbanistica puntano comunque a trasformare queste osservazioni in strumenti operativi per le politiche urbane. Tra le proposte c’è lo sviluppo di un Neurourbanism Assessment Index, un indicatore che integrerebbe dati neuroscientifici con parametri ambientali come rumore e inquinamento atmosferico, sintetizzandoli in un valore utile ai decisori pubblici. Parallelamente, progetti europei come GreenInCities stanno sperimentando interventi di riprogettazione urbana in città come Helsinki e Nova Gorica, con misurazioni effettuate prima e dopo le trasformazioni degli spazi. L’obiettivo è avvicinarsi a veri e propri esperimenti naturali su scala urbana, nei quali sia possibile osservare come cambiano nel tempo gli indicatori di benessere mentale.
Se queste linee di ricerca produrranno dati sufficientemente robusti, in futuro modelli predittivi basati anche sull’apprendimento automatico potrebbero stimare l’impatto psicologico di diverse configurazioni urbane.
