
Indice
- Biohacking: come è nato
- Come si sono evoluti i nostri sistemi biologici
- Servono protocolli rigorosi per il biohacking
- Cosa mangiamo e digiuno intermittente
- Biohacking e il caso di Johnson
- Biohacking: come applicarlo senza ossessioni
- Cuore e stress da app
- Integratori e benessere
- Quanto costa una clinica di biohacking
- Biohacking a casa
- La giornata tipo di Bryan Johnson
La cultura del benessere sembra essere diventata oggi il principio organizzativo centrale delle nostre vite, un ruolo che un tempo spettava forse più propriamente alla religione. La cura del corpo, l’ossessione per la salute, la misurazione tecnologica costante dei parametri biologici tramite anelli, smartwatch o sensori glicemici rispondono all’idea che raccogliere sempre più dati su di sé possa condurre, quasi per automatismo, a una forma di perfezione personale. Tutto concorre a costruire una nuova liturgia secolare, definita biohacking. E’ un concetto che si è fatto spazio nella cultura popolare negli ultimi dieci anni nella convinzione di potenziare le capacità del corpo umano. Da allora il biohacking è passato dalla sperimentazione personale radicale ai palchi TED fino ai prodotti di uso quotidiano.
L’idea di fondo è di “hackerare” il proprio stile di vita per aumentare le prestazioni mentali e fisiche, migliorare la produttività, mantenere la mente lucida e ridurre al minimo i cali di rendimento. In una parola sola: ottimizzazione. A seconda dei forum o delle comunità di riferimento, il biohacking può includere quasi qualsiasi pratica: dalle diete iper controllate alla riorganizzazione dei ritmi di lavoro, dall’attività fisica intensa ai bagni di ghiaccio, dalle saune a infrarossi alla sospensione a testa in giù per stimolare il flusso sanguigno nella convinzione di “dopare” il cervello nutrendolo meglio. In alcuni casi si arriva al monitoraggio ossessivo di ogni elemento che entra ed esce dal corpo, un’ansia che può assumere tratti quasi patologici.
Biohacking: come è nato
“All’inizio, il biohacking indicava soprattutto interventi sul corpo come l’inserimento di microchip sottopelle o l’uso di tecnologie per potenziare le capacità fisiche e sensoriali, cercando una fusione tra corpo umano e dispositivi digitali”, ha dichiarato Timothy Caulfield, professore di Diritto e Scienze della salute e direttore di ricerca presso l’Health Law Institute dell’Università di Alberta (Canada). Da anni, con il suo team, Caulfield studia come salute e scienza vengono rappresentate nello spazio pubblico: dalle etichette dei prodotti alimentari alle forme più insidiose di disinformazione e alla promozione di teorie prive di basi scientifiche. “Oggi, invece, il termine si è ampliato, include ancora queste pratiche, ma comprende anche l’uso di tecniche, procedure o integratori pensati per ottimizzare se stessi. I confini tra cultura del benessere, longevità e biohacking stanno a poco a poco sfumando”.
Come si sono evoluti i nostri sistemi biologici
Grazie ai progressi medici, come l’introduzione degli antibiotici, e al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, la nostra aspettativa di vita è quasi raddoppiata dal 1900. All’epoca, le principali cause di morte erano infezioni come polmonite, tubercolosi e diarrea. Oggi, invece, si muore per patologie legate all’invecchiamento: malattie cardiovascolari, tumori, ictus, Alzheimer. È naturale desiderare una vita più lunga e in salute. Tuttavia, le cose si complicano quando si tenta di hackerare la nostra biologia. Il corpo umano è costituito da circa quaranta trilioni di cellule e ciascuna compie da uno a due miliardi di reazioni chimiche al secondo. I sistemi biologici si sono evoluti nel corso di milioni di anni attraverso meccanismi di feedback continui, con un numero straordinario di componenti interconnessi. Per molti versi, sono già ben calibrati e ottimizzati.
Servono protocolli rigorosi per il biohacking
Intervenire dall’esterno, nel tentativo di perfezionare ciò che l’evoluzione ha affinato in milioni di anni, richiede molta più cautela di quella suggerita da tante proposte anti-invecchiamento del biohacking, spesso presentate come scientifiche anche quando non lo sono. L’approccio può, infatti, sembrare futuristico e attraente, però secondo diversi critici uno dei principali problemi è che i metodi adottati dalla comunità del biohacking non seguono i protocolli scientifici rigorosi a cui sono vincolate le istituzioni accademiche o gli enti pubblici di ricerca. Inoltre, spesso al centro di queste pratiche ci sono studi preliminari, promettenti in vitro o su modelli animali, ma ancora privi di conferme solide nell’uomo. Tra gli esempi di biohacking più popolari c’è il bagno freddo: molti riferiscono di trovarlo rinvigorente e questo effetto soggettivo non è irrilevante. Alcune ricerche suggeriscono che possa avere un impatto sul sistema immunitario, tuttavia si tratta ancora di dati iniziali. Non esistono al momento prove convincenti che dimostrino un effetto diretto sulla longevità. Ci sono però anche pratiche supportate da evidenze scientifiche.
Cosa mangiamo e digiuno intermittente
“Nell’ambito del variegato biohacking un elemento positivo è l’attenzione non solo a che cosa mangiamo, ma a come i nutrienti interagiscono con la nostra biologia a livello molecolare e genetico”, spiega Damiano Galimberti, dietologo e nutrizionista anti-age, fondatore della International Longevity Science Association (ILSA), professore a contratto di Medicina anti-aging, nutrigenomica ed epigenetica all’università di Catania. “Un’alimentazione personalizzata sulla base del proprio DNA che mira a sfruttare la capacità di alcuni composti bioattivi presenti nei cibi di modulare l’espressione genica, così da attivare la trascrizione dei geni favorevoli alla salute e silenziare quelli potenzialmente dannosi. È il campo della nutrigenetica e della nutrigenomica, due discipline consolidate nell’ambito della medicina di precisione. All’interno di questo approccio si colloca anche il digiuno intermittente che prevede l’alternanza tra fasi di alimentazione e fasi di astinenza dal cibo. Seguito sotto supervisione medica, rappresenta una pratica scientificamente consolidata, a patto che venga calibrato sia sulla sua durata, sia nella scelta degli orari. Oltre alla regolazione del metabolismo energetico, il digiuno sembra stimolare processi cellulari come l’autofagia, il nostro “spazzino” interno che decompone e ricicla componenti cellulari danneggiati, e favorire l’attivazione delle sirtuine, proteine coinvolte in vie metaboliche associate alla salute e alla longevità”.
Biohacking e il caso di Johnson
Emblema del biohacking è, tra gli altri, Bryan Johnson, imprenditore americano di 48 anni, ex mormone, che nel 2013 ha venduto la sua società di pagamenti per 800 milioni di dollari. Da allora si dedica a tempo pieno alla sfida di invertire il processo di invecchiamento, al punto da guidare un movimento che ha chiamato Don’t Die (Non morire). Netflix gli ha dedicato un documentario e milioni di follower seguono con stupore, e talvolta con scetticismo, la meticolosità con cui affronta ogni giorno le sue rigide routine. Johnson è diventato uno dei volti più visibili di una delle fascinazioni più estreme iniziate nella Silicon Valley: il sogno transumanista di sconfiggere la morte o almeno di posticiparla all’infinito. Spende circa 250.000 dollari all’anno nel tentativo di raggiungere questo obiettivo, investendo in terapie sperimentali, test genetici, farmaci, trapianti di plasma e protocolli alimentari restrittivi. La sua finestra alimentare, per esempio, è concentrata tra le 5 e le 12 del mattino. “Il miglior investimento, quello che restituisce il rendimento più duraturo, è dato dalla conoscenza, non da comportamenti ossessivi né da un controllo sistematico del corpo”, commenta Galimberti.
Biohacking: come applicarlo senza ossessioni
Molte persone sono alla ricerca di qualcosa che renda il passare del tempo più gentile. Nonostante i limiti delle promesse miracolistiche, esiste un valore autentico nel desiderio di recuperare una forma di controllo sulla propria fisiologia: quello di aggiungere vita agli anni, più che anni alla vita. Come? Con piccoli biohack naturali, supportati dalla scienza.
Il sonno
Uno di questi è il sonno. Dormire non richiede alcuno sforzo e non costa nulla, eppure le persone tendono a fare di tutto per non farlo abbastanza e vantarsene. “Tra gli aspetti più utili del biohacking c’è la possibilità di monitorare (senza ansia) la qualità del sonno. Chi dorme poco, infatti, tende a invecchiare più in fretta. È durante le ore notturne che l’organismo attiva in modo più efficiente i processi di detossificazione, rigenerazione e rinnovamento cellulare, modulando al tempo stesso la produzione di numerose molecole ormonali, comprese quelle legate al metabolismo e alla regolazione dell’umore. Un sonno disturbato o insufficiente altera, tra le altre cose, l’equilibrio tra grelina e leptina, due ormoni che influenzano rispettivamente la sensazione di fame e quella di sazietà. Quando questo equilibrio si rompe, aumenta la probabilità di comportamenti alimentari disordinati”, chiarisce Galimberti. “Riservare l’ultima ora della giornata ad attività rilassanti, lontane dal lavoro e dagli schermi. Limitare caffeina, stimolanti e alcol e rispettare il più possibile il ritmo sonno-veglia.
Il movimento
Un altro biohack è il movimento. Trovare un’attività fisica che piaccia, non serve inseguire le mode del momento. Il punto non è la performance, ma la costanza. Allenare anche il cervello, come il corpo anche la mente ha bisogno di esercizio continuo per restare attiva. Giochi di abilità, esercizi di memoria e concentrazione, attività creative come la musica, la pittura o la lettura stimolano le connessioni neurali e mantengono giovane la testa. Aiuta anche rompere la routine di tutti i giorni: cambiare strada per andare al lavoro, non sedersi sempre allo stesso posto, usare la mano non dominante per piccoli gesti, fare la doccia a occhi chiusi, mantenere l’equilibrio su una sola gamba mentre ci si lava i denti.
Legami sociali
Un biohack antico quanto l’uomo è, invece, mantenere legami sociali forti in quanto riduce lo stress, migliora l’umore e protegge dal declino cognitivo. La connessione sociale è un fattore protettivo alla pari di dieta e movimento.
Avere uno scopo
Altrettanto importante è avere uno scopo. Avere un ruolo attivo nella vita sociale e sentirsi parte di una comunità rafforza il senso di appartenenza, dando significato alla quotidianità. Infine, emozioniamoci, ridiamo, commuoviamoci, sorprendiamoci, ogni stato emotivo contribuisce a mantenere viva e plastica la nostra rete neuronale, rafforza il sistema immunitario e, secondo numerosi studi, incide anche sull’aspettativa di vita.
Contatto con la natura
Come il contatto con la natura per pochi minuti al giorno: riduce i livelli di cortisolo, abbassa la pressione e ci protegge dalle malattie e dal cattivo umore”. Quindi, facciamo proprio il motto di Dean Ornish, professore di Medicina clinica all’Università della California di San Francisco (UCSF) e fondatore del Preventive Medicine Research Institute: “Mangia bene, muoviti di più, stressati di meno, ama di più”.
Quasi tutti i sostenitori della longevità credono in almeno due cose che non possono ancora essere dimostrate: scopriremo presto il segreto della vita eterna e staremo meglio una volta che lo avremo fatto. Si vedrà. Forse, però, la consapevolezza della morte, per quanto difficile da accettare, ha un lato positivo: dare valore al tempo e alle scelte. L’idea dell’immortalità ridefinirebbe i confini dell’umano perché senza un destino comune verrebbero meno alcune basi fondamentali dell’empatia e della moralità che si fondano sul riconoscimento della nostra fragilità condivisa.
Cuore e stress da app
Un recente studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association ha evidenziato un effetto paradossale legato all’uso dei dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute. La ricerca, che ha seguito per nove mesi un gruppo di 172 pazienti affetti da fibrillazione atriale (un battito cardiaco irregolare), ha osservato che se da un lato questi strumenti possono aiutare nella gestione quotidiana della patologia, dall’altro possono alimentare ansia e ipervigilanza, il che è dannoso per la malattia stessa che si sta curando. In particolare, tra le 83 persone che utilizzavano dispositivi indossabili per monitorare la propria condizione, è emersa una maggiore preoccupazione per i sintomi e per l’efficacia delle terapie. Circa una su cinque ha riferito livelli di “ansia intensa”. “La paura e l’incertezza possono spingere alcuni soggetti a sviluppare comportamenti di ipervigilanza/automonitoraggio nel tentativo di “controllare” o mitigare il disagio associato a una patologia o a un suo rischio”, commenta Roberto Pedretti, professore associato di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’università di Milano Bicocca, direttore Unità operativa di Cardiologia, Ospedale di Erba (Como). “I dispositivi indossabili sono preziosi quando permettono di integrare informazioni oggettive con il quadro clinico, facilitando diagnosi precoci e personalizzazione delle terapie. Perdono, però, valore quando la raccolta dei dati diventa fine a se stessa o non è inserita in un percorso sanitario finalizzato. Il confine tra utilità e mania dipende quindi dalla capacità di trasformare il dato in una decisione clinica significativa”.
Integratori e benessere
Gli integratori sono un altro esempio di biohacking molto comune. Secondo l’analisi di Grand View Research, il mercato globale degli integratori alimentari ha raggiunto nel 2024 un valore di 193 miliardi di dollari e potrebbe più che raddoppiare entro il 2033, arrivando a 415 miliardi. Una crescita trainata dalla crescente attenzione alla salute, dal cambiamento degli stili di vita e da un interesse sempre più diffuso per la medicina preventiva. “È fondamentale che siano prescritti da un medico aggiornato scientificamente, capace di valutare lo stato dell’organismo attraverso esami specifici, per poi definire, se necessario, una strategia personalizzata da monitorare nel tempo”, raccomanda Galimberti. “L’approccio deve basarsi su dati scientifici solidi, non su promesse generaliste. Non esiste alcuna pillola né combinazione di sostanze che garantisca l’immortalità. La differenza la fanno la competenza medica e il rigore scientifico”.
Quanto costa una cinica di biohacking
Secondo il New Yorker, le cliniche della longevità sono passate da meno di cento nel 2013 a oltre tremila un decennio dopo. Pur trattandosi di stime indicative, i numeri segnalano una crescita rapida di un settore che mescola medicina preventiva e benessere di lusso, con circa 800 strutture censite nei soli Stati Uniti. E quanto si è disposti a pagare per cercare di allungare la vita? L’offerta è vasta e segmentata. In una struttura a Londra, riporta il New York Times, la quota associativa può superare i 20.000 dollari all’anno. In California, i programmi di fascia alta costano circa 19.000 dollari. Questi pacchetti includono di solito esami di diagnostica avanzata come TAC, risonanze magnetiche, scansioni DXA e sequenziamento del genoma; valutazioni cliniche tra cui analisi del sangue, test cognitivi e della forma fisica; interventi su misura come terapie ormonali e peptidiche, categoria che include dai semplici integratori di collagene a farmaci dimagranti come gli agonisti del recettore GLP-1. In altre località, come a Manhattan, i trattamenti si acquistano spesso à la carte, con spese annuali che per alcuni pazienti oscillano tra i 5.000 e i 10.000 dollari. Una singola sessione di scambio plasmatico può costare 12.000 dollari. Sebbene utilizzata per malattie autoimmuni, questa procedura viene promossa dai biohacker per “purificare” il sangue dalle tossine, nonostante non esista un’approvazione della FDA per il suo uso routinario a fini di longevità o disintossicazione. Per chi ha budget ancora più elevati, esistono programmi da 85.000 dollari che includono anche cicli di “rieducazione” cellulare in un pacchetto “total body reboot”.
Biohacking a casa
Il biohacking può non limitarsi a massimizzare le prestazioni del corpo. In Texas, per esempio, una coppia ha investito circa 135mila dollari per “hackerare” la propria casa di 762 mq. Gli interventi includono sistemi a luce ultravioletta per la purificazione dell’aria e dell’acqua, un impianto che arricchisce l’acqua potabile con idrogeno per migliorarne le proprietà idratanti e materassi dotati di regolazione termica personalizzata: impostati a 17,8 gradi Celsius per lui e 22,2 per lei, con l’obiettivo di migliorare la qualità del sonno. Nella palestra domestica, un macchinario consente di pompare ossigeno supplementare durante l’attività fisica, mentre letti per la terapia della luce (fotobiomodulazione) vengono utilizzati per accelerare il recupero muscolare. Ma una casa “bio-ottimizzata” non si limita a dispositivi ad alto costo: affronta anche minacce come la luce blu artificiale, ridotta tramite l’uso di lampadine rosse o ambra, o i campi elettromagnetici, mitigati grazie a vernici schermanti, interruttori manuali per il Wi-Fi e sistemi di cablaggio a bassa emissione. In Arizona, su oltre 900 metri quadrati di superficie, con un investimento complessivo vicino al milione di dollari una coppia ha incluso nel progetto una piscina, una vasca per immersione a freddo, una sauna con sale dell’Himalaya, un bagno turco con aromaterapia, ma anche letti PEMF (che usano campi elettromagnetici pulsati), macchinari a infrarossi e stivali a compressione per favorire il recupero muscolare.
La giornata tipo di Bryan Johnson
Bryan Johnson aggiorna regolarmente sul proprio sito i progressi dei suoi parametri biologici.
Mattina
Misurazioni, nutrizione e allenamento (05:00 – 12:00). La giornata inizia alle 5:00, svegliandosi naturalmente senza sveglie. Johnson procede subito alla misurazione dei parametri vitali: peso, grasso corporeo, massa muscolare, idratazione e rigidità arteriosa. Seguono 5 minuti di meditazione o esercizi di respirazione. Poiché si sveglia prima dell’alba, utilizza una lampada da 10.000 LUX per 3-4 minuti per regolare il ritmo circadiano
Alle 5:25 assume una bevanda funzionale arricchita con creatina e prebiotici (come inulina e arabinogalattano). Successivamente, alle 5:35, consuma la sua colazione pre-allenamento, che consiste in un preparato proteico abbinato a un mix di noci e mirtilli, collagene, olio extravergine d’oliva e bacche, accompagnando il pasto con la prima serie di integratori della giornata. L’allenamento di 60-90 minuti (forza, cardio, flessibilità e equilibrio) inizia alle 6:00
Dalle 7:30 la routine prosegue con sauna secca, fotobiomodulazione e trattamenti avanzati per la pelle e i capelli. Alle 10:00 assume un secondo pasto composto da proteine specifiche per il supporto metabolico, integrate con olio extravergine d’oliva, peptidi di collagene e bacche. Infine, alle 11:00, consuma la cena, un preparato nutriente a base di lenticchie nere e verdure crocifere (come broccoli e cavolfiore), arricchito con funghi shiitake, aglio, zenzero, semi di canapa e una miscela di spezie. Il regime prevede un totale di 2.250 calorie (restrizione calorica del 10%) con una ripartizione di 25% proteine, 35% carboidrati e 40% grassi.
Pomeriggio e sera
Lavoro e igiene del sonno (12:00 – 20:30). Durante le ore di lavoro, Johnson mantiene uno stile di vita attivo compiendo pause di movimento di 2-3 minuti ogni mezz’ora (camminata, stretching o esercizi a corpo libero). Un punto critico del protocollo riguarda l’idratazione: per garantire un sonno ininterrotto, interrompe l’assunzione di liquidi alle 16:00.
La serata è dedicata al relax e alla famiglia. Alle 19:30 effettua una passeggiata di 10 minuti e inizia la routine di “wind down” senza schermi o messaggi. Dopo la skincare serale e l’igiene orale approfondita (che include Waterpik, filo interdentale e raschietto per la lingua), si corica alle 20:30. Questo programma garantisce tra le 17,5 e le 18 ore di digiuno giornaliero e una qualità del sonno ottimale, considerata da Johnson la priorità assoluta per la longevità
Sette Corriere della Sera
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