Proteine e longevità: alternative alla carne per anziani

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Invecchiare meglio, mangiando in modo diverso, è una delle sfide che si pone all’Italia, tra i Paesi più longevi al mondo: negli ultimi vent’anni, l’età media è passata da 42,3 a 46,6 anni, portando con sé anche nuove fragilità, spesso sottovalutate. Tra queste, la malnutrizione proteico-energetica che colpisce molti anziani, compromettendo forza muscolare, autonomia e, più in generale, qualità della vita.

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Il problema della malnutrizione negli anziani

L’Italia è tra i Paesi più longevi al mondo, ma l’invecchiamento della popolazione porta con sé nuove fragilità. Per contrastare la malnutrizione proteico-energetica servirebbe un maggiore apporto di proteine. Tuttavia, le fonti tradizionali, come la carne rossa, pongono oggi diverse criticità. Da un lato per i potenziali effetti sulla salute: un consumo elevato è associato a un aumento del rischio di malattie tipiche dell’età avanzata, come cardiopatie, diabete di tipo 2 e alcuni tipi di tumore. Dall’altro per l’impatto ambientale, legato all’uso intensivo di suolo e acqua e all’elevato livello di emissioni. A tutto questo si aggiunge un ostacolo pratico: molti alimenti di origine animale sono difficili da masticare o da deglutire per chi ha problemi dentali o disfagia.

Lo studio dell’Università di Milano-Bicocca

Per capire quanto gli anziani siano disposti a provare fonti proteiche alternative, un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha condotto uno studio, pubblicato su Frontiers in Nutrition, su un campione di oltre 300 italiani tra i 65 e i 75 anni, uomini e donne con dieta onnivora o flessitariana, cioè non strettamente vegetariana o vegana. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare tre categorie di alimenti alternativi: prodotti a base vegetale, come tofu, seitan o burger di soia; carne coltivata in laboratorio; cibi a base di insetti, come cracker o farine di grillo.

Carne coltivata, vegetali e insetti: l’accettazione

Tutte le opzioni hanno mostrato un basso livello di accettazione: su una scala da 1 a 10, l’intenzione media di consumo si ferma a 3,9 per i vegetali, scende a 3,5 per la carne coltivata e a 2,6 per gli insetti. Questi ultimi risultano i meno graditi, penalizzati soprattutto da una reazione emotiva di disgusto. Eppure, se si passa dal piano delle opinioni consapevoli a quello delle reazioni più istintive, misurate attraverso un test psicologico che rileva le associazioni automatiche tra cibo ed emozioni, emerge un dato inatteso: la carne coltivata suscita più fiducia dei prodotti vegetali.

“Viene percepita come pericolosa e disgustosa perché associata a tecniche artificiali di laboratorio, mentre i prodotti vegetali vengono descritti come più sani e sicuri. Tuttavia, sul piano più emotivo, risulta più compatibile con una dieta tradizionale, forse perché non comporta la rinuncia a un alimento simbolico come la carne stessa”, spiega Patrizia Steca, docente di Psicologia all’Università di Milano-Bicocca e coautrice dello studio.

Verso una dieta mediterranea aggiornata

“Non è necessario eliminare del tutto i prodotti tradizionali. Un cambiamento drastico rischia di generare resistenze. È più efficace favorire una graduale apertura verso alimenti nuovi o oggi poco valorizzati. Considerando che la carne coltivata non è attualmente disponibile in Italia e che i prodotti a base di insetti suscitano forte disgusto, una via concreta è già tracciata dalla dieta mediterranea: affiancare più fonti vegetali alla dieta quotidiana, soprattutto legumi. L’importante è che siano proposte in forme familiari alla nostra tradizione: quindi meno tofu o seitan e più ceci, lenticchie, fagioli, piselli, cicerchie, preparati come zuppe, polpette o purè, integrabili nei pasti di ogni giorno con facilità”.

Le resistenze tra i giovani sportivi

Nonostante la sensibilità ai temi ambientali, uno studio, pubblicato su Nutrients, mostra che anche tra i 18-45enni, soprattutto sportivi, il passaggio da una dieta onnivora a una vegetale, che secondo alcune stime potrebbe ridurre del 53% le emissioni globali, incontra resistenze. Tra gli onnivori è ancora forte l’idea che la carne sia indispensabile per la performance, perché “nutre i muscoli”. I cibi vegetali, al contrario, sono percepiti come meno sazianti e talvolta associati a stereotipi di genere, come “cibo da donne”.

“Per superare le resistenze bisogna ripensare il modo in cui comunichiamo”, commenta Maria Elide Vanutelli, psicologa, ricercatrice all’Università di Milano-Bicocca e coautrice dello studio. “Parlare di prodotti ‘più sani’ o ‘leggeri’ rischia di evocare un immaginario femminile legato alla dieta e al controllo del peso. Presentarli, invece, come ricchi di proteine e fibre, per esempio, oppure funzionali alla salute o alla forza può favorire una maggiore apertura, anche tra gli sportivi più scettici”.

Corriere della Sera

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