
L’allattamento esclusivo al seno nei primi sei mesi è considerato il modo più completo e fisiologico per sostenere la crescita e la salute del neonato. Ma quanto contribuisce il latte materno e il microbiota intestinale alla costruzione di un ecosistema equilibrato, meno vulnerabile alla colonizzazione da parte di specie potenzialmente dannose? Ecco cosa dice la scienza.
I batteri amici del sistema immunitario
È noto che il latte materno favorisca lo sviluppo del sistema immunitario, regoli il metabolismo, ottimizzi l’assorbimento dei nutrienti (macronutrienti, vitamine, minerali). Mentre l’impatto delle specie microbiche gastrointestinali, vaginali, orali e cutanee materne è stato ampiamente studiato, il ruolo del microbiota del latte della mamma rimane poco conosciuto.
Per cercare di fare luce, uno studio pubblicato su Nature Communications, ha analizzato oltre 500 campioni biologici (latte e feci) provenienti da 195 coppie madre-neonato, seguite nei primi sei mesi di vita. Tra i batteri osservati, Bifidobacterium longum si distingue come specie chiave, risultando dominante sia nel latte materno sia nell’intestino dei neonati.
La sua presenza è favorita dal parto vaginale, che facilita la trasmissione e la persistenza dei ceppi materni, e dal prolungamento dell’allattamento esclusivo fino a sei mesi che ne sostiene l’espansione e la stabilità nel tempo. Oltre a favorire l’equilibrio del sistema immunitario, questa specie contribuisce a creare un ambiente intestinale meno favorevole alla diffusione di batteri portatori di geni di resistenza agli antibiotici. Nei neonati con un microbiota dominato dai bifidobatteri, infatti, si osserva un carico inferiore di questi geni. Inoltre, una sottospecie di bifidobatteri (Bifidobacterium longum infantis) è considerata centrale per la salute infantile, grazie alla sua capacità di digerire gli oligosaccaridi del latte e proteggere da infiammazioni e disfunzioni del sistema immunitario.
Resistenza agli antibiotici
Lo studio ha analizzato anche il cosiddetto resistoma, ovvero l’insieme dei geni che conferiscono resistenza agli antibiotici. È emerso che sia il latte materno sia l’intestino neonatale ospitano una notevole varietà di questi geni, rilevati anche in neonati mai esposti direttamente ai farmaci.
In particolare, nei casi in cui si osserva una condivisione di ceppi tra madre e figlio, i rispettivi resistomi risultano più simili, suggerendo che i geni di resistenza presenti nell’intestino del neonato potrebbero arrivare in parte dal latte materno, ma anche da altre fonti come il microbiota della madre, l’ambiente o frammenti di DNA capaci di trasferirsi tra batteri. Alcune specie presenti nel latte, come abbiamo visto, sembrano però contribuire al contrario a ridurre il carico di geni resistenti, esercitando un effetto protettivo indiretto. Tutto ciò riflette la complessità del microbiota umano fin dai primi mesi di vita.
“Ricordiamo che gli antibiotici vanno somministrati solo quando sono davvero necessari e prescritti dal medico perché sono un presidio irrinunciabile anche in età pediatrica”, sottolinea Carlo Bellieni, professore di Pediatria, Università di Siena e responsabile UOS Cura del Dolore Neonatale e Gestione del Nido dell’ospedale di Siena. “Un uso inappropriato, per esempio durante infezioni virali come il raffreddore, può alterare la flora intestinale del neonato, distruggendo molti dei batteri benefici ricevuti dalla madre e favorendo la sopravvivenza di quelli più resistenti e potenzialmente pericolosi”.
Un tesoro biologico
Il latte materno resta ancora oggi una risorsa poco conosciuta e valorizzata. “Oltre a essere una fonte di batteri benefici, contiene sali minerali e proteine calibrati per non affaticare i reni ancora immaturi del neonato e grassi essenziali per nutrire il suo sistema nervoso in sviluppo”, prosegue il professore.
“Contrariamente a quanto si è a lungo creduto, il latte materno non è sterile. I suoi microrganismi ‘buoni’ arrivano a popolare l’intestino del neonato, che alla nascita è praticamente sterile, e lì producono, per esempio, vitamina K per la coagulazione del sangue. Inoltre, avviano un dialogo biochimico con il cervello, noto come asse intestino-cervello, che favorisce la crescita neurocognitiva e potrebbe persino contribuire a prevenire malattie neurologiche degenerative come il Parkinson”.
L’importanza delle banche del latte
Da questa consapevolezza derivano almeno due indicazioni. “La prima: il latte formulato, acquistabile in farmacia, non può replicare in toto quello umano perché, pur essendo un’alternativa sicura e necessaria in molti casi, non contiene la componente microbica viva, oggi considerata parte integrante del valore del latte materno. Quando non ci sono controindicazioni, l’allattamento al seno andrebbe sempre sostenuto”, conclude Bellieni.
“La seconda: occorre valorizzare le banche del latte umano donato, una rete alimentata dalla generosità di tante madri. In Italia, queste strutture rappresentano un’eccellenza ancora poco conosciuta: sono spesso l’unica possibilità per garantire latte materno ai neonati prematuri le cui mamme possono trovarsi in difficoltà nei primissimi giorni”.
