Reti fantasma: la startup che le trasforma in arredi

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La prossima volta che andrete allo stadio o prenoterete un hotel, è possibile che vi sediate su un seggiolino o apriate un armadio realizzato a partire da reti fantasma. L’idea è di una coppia di fratelli che ha avviato una startup per recuperarle e riciclarle in oggetti di uso quotidiano (o quasi). Che cosa sono le reti fantasma? Si tratta di attrezzature da pesca abbandonate o perdute, che si depositano sui fondali oceanici o continuano a galleggiare tra le onde. Recuperarle non è un’operazione semplice. I pescatori non possono intervenire quando le reti restano impigliate sui fondali e, in questi casi, è necessario l’intervento di squadre specializzate, con competenze subacquee e ingegneristiche avanzate.

5 tonnellate di plastica recuperate in una missione

Nel 2024, durante la “Missione Salobreña” in Spagna, una squadra composta da 32 subacquei ha rimosso quasi 5 tonnellate di reti fantasma in soli cinque giorni, un peso equivalente a quello di un elefante africano, operando a circa 30 metri di profondità. Le reti vengono prima legate manualmente con grandi funi sul fondo marino e poi issate in superficie tramite gru montate su imbarcazioni specializzate. Quando si pensa all’inquinamento marino, l’immagine più ricorrente è quella delle cosiddette “isole di plastica”, enormi distese di rifiuti galleggianti intrappolati in vortici di correnti oceaniche. Esiste, però, una minaccia più insidiosa perché meno visibile: quella che giace sui fondali.

Perché sono longeve

Il problema delle reti fantasma risiede nella loro natura chimico-fisica. Sono realizzate in nylon, un materiale progettato per resistere ad ambienti ostili e capace di persistere intatto per secoli. Questa “longevità” le trasforma in trappole perenni che catturano fauna marina e soffocano le barriere coralline, alterando gli ecosistemi locali. Particolarmente critico è l’impatto nelle cosiddette Zone Speciali di Conservazione, come quella al largo di Salobreña, aree protette dalle direttive dell’Unione Europea per la tutela degli habitat naturali e delle specie. In questi contesti, la presenza di reti abbandonate può compromettere la biodiversità e destabilizzare gli equilibri ecologici.

Oggetti di uso quotidiano

Per contribuire ad affrontare questa emergenza ambientale, Amaia Rodríguez Solá, assieme al fratello Julen Rodríguez, ha fondato nel 2019 Gravity Wave, una startup nata “per creare valore attraverso l’impatto ambientale e non solo ripulire gli oceani”, ha detto Amaia. Oggi l’azienda collabora con oltre 7.000 pescatori in 150 porti tra Spagna, Italia e Grecia, intercettando la plastica prima che finisca in mare o recuperandola successivamente in missioni come quella di Salobreña. Una volta riportate a terra, le reti affrontano un complesso processo di riciclo industriale al termine del quale il nylon viene trasformato in pellet plastici di un brillante colore turchese, in pannelli solidi lavorati da macchine da taglio per creare lettere decorative o componenti industriali, fino a diventare prodotti finiti come arredi per hotel e uffici, sedute per stadi, tavole da surf e persino reti da calcio o pallavolo. A oggi, l’iniziativa ha permesso di raccogliere 1.400 tonnellate di rifiuti plastici.

Le difficoltà affrontate

L’avvio non è stato privo di ostacoli. All’inizio molti impianti di trattamento erano riluttanti a lavorare plastiche di origine marina, la cui composizione può risultare abrasiva e potenzialmente dannosa per i macchinari. Per superare queste resistenze, la startup ha scelto di adottare la tecnologia blockchain per certificare l’impatto ambientale di ogni operazione di pulizia, creando un registro pubblico e digitale delle transazioni, con l’obiettivo di garantire tracciabilità e trasparenza lungo tutta la filiera.

Corriere della Sera